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cura emorroidi Torino, Dr. Salvatore Cuccomarino
Emorroidi: dalla prevenzione ai trattamenti mininvasivi
cura emorroidi a Torino, Dr. Salvatore Cuccomarino

🔹 Cos’è la malattia emorroidaria

Le emorroidi sono un disturbo molto frequente e oggi esistono soluzioni efficaci per la cura delle emorroidi, senza ricorrere necessariamente alla chirurgia tradizionale. In questa guida vi spiegherò sintomi, cause e tecniche mininvasive più moderne.
La patologia emorroidaria è una condizione molto comune, non limitata agli anziani o a chi conduce vita sedentaria: può comparire anche in soggetti giovani, durante o dopo la gravidanza, o in chi soffre di stitichezza cronica.

🔹 Quanto sono diffuse in Italia

Le emorroidi rappresentano il disturbo proctologico più frequente nella popolazione adulta.
Fonti autorevoli (Ministero della Salute, ISS, Società Italiana di Colonproctologia) stimano che:

  • oltre 3,7 milioni di italiani soffrano di malattia emorroidaria;

  • ogni anno circa 1 milione di persone si rivolga al medico per questo problema;

  • dopo i 40-50 anni, più di un adulto su due riferisca sintomi compatibili (sanguinamento, prurito, sensazione di “peso” anale).

👉 È quindi una condizione molto comune e nella maggior parte dei casi benigna, che però può compromettere la qualità della vita se trascurata.

🔹 Sintomi principali

I sintomi variano a seconda del tipo e del grado della malattia ed includono:

  • sanguinamento rosso vivo al momento della defecazione;

  • prurito o bruciore anale;

  • fastidio o dolore durante o dopo la defecazione;

  • fuoriuscita (prolasso) dei cuscinetti emorroidari;

  • in caso di trombosi: gonfiore improvviso e dolore acuto.

Il sanguinamento non va mai sottovalutato: è opportuno consultare il proctologo per escludere altre cause (ragadi, polipi o infiammazioni intestinali).

🔹 Diagnosi

La diagnosi si effettua con una visita proctologica con anoscopia, un esame rapido e indolore che permette di confermare il grado della malattia e scegliere il trattamento più indicato.
In presenza di sintomi sospetti o persistenti, può essere consigliata una colonscopia di approfondimento.

🔹 Trattamento conservativo: cosa fare da subito

Nelle forme lievi o intermittenti le emorroidi migliorano spesso con piccoli cambiamenti:

Alimentazione e idratazione

  • Bere 1,5–2 litri d’acqua al giorno.

  • Aumentare frutta, verdura, legumi e cereali integrali.

  • Limitare alcol, cibi piccanti e fritti.

  • Evitare di restare troppo a lungo sul water o di sforzarsi durante la defecazione.

Attività fisica

Camminare, nuotare o pedalare migliora la circolazione e favorisce la regolarità intestinale.

Terapia medica

  • Pomate locali con cortisonici leggeri o anestetici per ridurre il bruciore (per brevi periodi di tempo).

  • Integratori venotonici (diosmina, esperidina, rusco, ippocastano) per rinforzare il tono venoso.

  • Bagni tiepidi o semicupi per decongestionare e alleviare il dolore.

Molti pazienti ottengono così un miglioramento significativo e possono evitare procedure invasive.

🔹 Procedure ambulatoriali mininvasive per la cura delle emorroidi

Quando dieta e terapia non bastano, si può intervenire con procedure ambulatoriali mininvasive, rapide e ben tollerate. In Italia sono tra gli atti proctologici più praticati.

Le due tecniche più diffuse sono:

1. Legatura elastica

Con la legatura elastica si applica un piccolo elastico alla base dell’emorroide interna per ridurre l’afflusso di sangue. È indicata per le emorroidi di grado II–III.
Secondo uno studio multicentrico italiano su oltre 32 000 pazienti (Altomare DF et al., Colorectal Disease 2018), più del 90% dei casi di grado II viene trattato proprio con questa metodica. Ecco le principali caratteristiche di questa metodica:

  • Efficacia: miglioramento o scomparsa dei sintomi nel 70–80% dei casi.

  • Recidiva: 10–20% nei 12 mesi.

  • Insoddisfazione: 8–15%, legata soprattutto a stipsi o prolassi più avanzati.

  • Recupero: ritorno alle normali attività in pochi giorni.

2. Scleroterapia iniettiva

Consiste nell’iniezione di una soluzione sclerosante che “chiude” i vasi emorroidari interni. È utile nei casi di sanguinamento o nei pazienti anziani/anticoagulati.
Una metanalisi del 2024 (Gallo G et al., Tech Coloproctol.) su quasi 10 000 pazienti ha dimostrato un’efficacia media del 75–85% e una recidiva del 20–30% a 12 mesi, con poche complicanze.

  • Recupero: quasi immediato, in 1–2 giorni.

  • Insoddisfazione: inferiore al 20%.

✅ Perché sono la prima scelta

  • Si eseguono senza ricovero né anestesia generale.

  • Hanno un profilo di sicurezza molto alto.

  • Permettono una ripresa immediata della vita quotidiana.

  • Non precludono, in caso di recidiva, altre opzioni (HPS, THD o chirurgia).

👉 In Italia, la maggioranza dei pazienti trattati per emorroidi in fase iniziale si sottopone prima a una di queste procedure, con soddisfazione superiore al 75–80%.

🔹 Trattamento chirurgico e cura definitiva delle emorroidi 

Quando i sintomi sono severi o il prolasso è marcato (grado III-IV), si passa alla chirurgia.

Emorroidectomia tradizionale

Consiste nell’asportazione dei pacchetti emorroidari. Si tratta di una tecnica sicuramente efficace ma molto invasiva e con un postoperatorio “sofferto” e prolungato:

  • Recidiva: 2–10%.

  • Dolore: moderato-intenso.

  • Ritorno alle attività: 3 – 4 settimane.

Per questi motivi, oggi si tende a trattare la patologia emorroidaria quando ancora non si è complicata così tanto da dover ricorrere a questa tecnica così invasiva. L’emorroidectomia tradizionale, comunque, resta indicata nei casi più gravi o recidivi.

Dearterializzazione (THD / HAL-RAR / HemorPex System)

La dearterializzazione emorroidaria chiude i rami arteriosi che alimentano le emorroidi e risolleva la mucosa rettale prolassata attraverso una speciale sutura endorettale, senza tagli esterni. È, in pratica, una vera e propria “plastica del retto” tramite la quale si ottiene una riduzione notevole del volume emorroidario e si elimina il prolasso mucoso che molto spesso si associa a questa patologia. Le sue caratteristiche principali sono:  

  • Recidiva: 10% circa, in funzione dell’abilità del Chirurgo.

  • Dolore: molto minore rispetto all’emorroidectomia.

  • Soddisfazione: 85–90%.

  • Ripresa: 2–3 giorni per la vita normale.

È la tecnica che preferisco proporre quando l’anatomia lo consente, perché unisce efficacia e comfort postoperatorio.

🔹 Familiarità, tessuto connettivo e vene varicose

Molti pazienti con emorroidi presentano anche vene varicose agli arti inferiori o una familiarità per fragilità venosa.
Diversi studi, tra cui il CHORUS Study (Godeberge P et al., J Gastroenterol Hepatol 2020) e l’analisi su popolazione coreana (Jee YH et al., 2021), mostrano una correlazione significativa tra insufficienza venosa e malattia emorroidaria.

➡️ Per questo, durante la visita proctologica, è utile valutare anche la presenza di varici alle gambe; questo

  • aiuta a comprendere se c’è una fragilità del tessuto connettivo generalizzata;

  • consente di adottare misure preventive (calze elastiche, attività fisica, controllo del peso) ed adeguate terapie per la cura delle varici;

  • migliora la gestione a lungo termine e riduce il rischio di recidiva.

In sintesi: emorroidi e vene varicose spesso hanno la stessa radice, e vanno considerate come due manifestazioni dello stesso terreno vascolare.

🔹 FAQ – Domande frequenti

1️⃣ Le emorroidi guariscono da sole?
Nelle forme lievi possono migliorare con dieta, fibre e abitudini corrette, ma tendono a recidivare se non si cura la causa (stitichezza, sforzo, sedentarietà).

2️⃣ Quanto durano gli effetti di una legatura o di una scleroterapia?
Generalmente da molti mesi a diversi anni. Se i sintomi ritornano, la procedura può essere ripetuta senza problemi.

3️⃣ Fa male la legatura elastica?
Il fastidio è minimo e di breve durata; raramente serve un analgesico leggero.

4️⃣ Dopo l’intervento chirurgico quando posso tornare al lavoro?
Dopo la dearterializzazione o HemorPex System in 2-3 giorni; dopo l’emorroidectomia tradizionale in 3-4 settimane.

5️⃣ Esistono cure definitive?
Sì, ma la “definitività” dipende dal tipo di intervento e dallo stile di vita: anche dopo un ottimo risultato chirurgico, occorre mantenere abitudini corrette per evitare recidive.


🔹 Per saperne di più

  1. Altomare DF et al. “Surgical management of haemorrhoids: an Italian survey of over 32 000 patients.” Colorectal Disease 2018. publires.unicatt.it

  2. Gallo G et al. “Sclerotherapy for hemorrhoidal disease: systematic review and meta-analysis.” Tech Coloproctol. 2024. pubmed.ncbi.nlm.nih.gov

  3. Italian Unitary Society of Colon-Proctology (SIUCP). Linee guida per la gestione della malattia emorroidaria 2024. siucp.eu

  4. Lisi G et al. “Sclerotherapy for III- and IV-degree hemorrhoids: prospective study.” Ann Coloproctology 2022. art.torvergata.it

  5. Godeberge P et al. “Hemorrhoidal disease and chronic venous insufficiency: CHORUS Study.” J Gastroenterol Hepatol. 2020. pmc.ncbi.nlm.nih.gov

  6. Jee YH et al. “Association between hemorrhoids and lower extremity chronic venous insufficiency.” Sci Rep. 2021. pmc.ncbi.nlm.nih.gov

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La chirurgia mininvasiva dei tumori del colon

Il tumore del colon è tra i tumori più frequenti nel nostro Paese, al terzo posto (dopo prostata e polmone) negli uomini ed addirittura al secondo posto (dopo la mammella) nelle donne. Nel 2019, le nuove diagnosi di tumore del colon attese in Italia sono 49.000 (27.000 uomini, 22.000 donne). La mortalità, grazie anche ai programmi di screening, è in costante riduzione da anni. La diagnosi precoce consente di arrivare ad un tasso di guarigione alto per questo tumore; oggi cominciano ad essere disponibili test genetici sul sangue e sulle feci che consentono di identificare il rischio di sviluppare il cancro del colon molto precocemente. Questo è tato più importante in quanto, negli ultimi anni, l’età media in cui compare il tumore del colon si è abbassata.

La terapia del tumore del colon è chirurgica, e consiste nell’asportare il tumore stesso ricostruendo poi l’integrità del colon stesso onde consentire il transito delle feci.

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Anatomia del colon

Il colon, da un punto di vista anatomo-chirurgico, è suddiviso in regioni: cieco, colon ascendente, flessura epatica, colon trasverso, flessura splenica, colon discendente, colon sigmoideo e retto; il tumore può colpire ognuno di questi distretti. Le manifestazioni cliniche del cancro del colon variano a seconda di quale distretto sia colpito: il tumore del cieco e del colon ascendente, per esempio, è meno frequente, più tipico degli anziani e si manifesta molto spesso con anemia; il tumore del colon discendente o del colon sigmoideo è più frequente e si presenta più spesso con sintomi da occlusione intestinale e/o rettorragia (sanguinamento dall’ano).

Oggi il gold standard per questo intervento è la chirurgia laparoscopica: mentre fino a pochi anni fa era necessario eseguire una laparotomia, ossia un ampio taglio dallo sterno al pube, per poter accedere al colon, oggi, lo stesso intervento può essere realizzato attraverso 3-4 piccoli fori nella parete addominale, ed un minimo taglio, in genere sopra il pube, per estrarre dall’addome il tumore una volta asportato.

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Intervento di emicolectomia in laparoscopia

L’asportazione laparoscopica del colon, soprattutto del cieco e del colon ascendente, è un intervento tecnicamente complesso: per questo molti chirurghi non lo eseguono, continuando ad effettuare il taglio tradizionale. Tuttavia, in mani esperte, assicura una asportazione completa del tumore e dei linfonodi (possibile sede di metastasi), riducendo in maniera molto significativa il dolore postoperatorio e accelerando il recupero funzionale dei pazienti ed il loro rientro a casa ed alle proprie attività: tipicamente, un paziente sottoposto ad asportazione laparotomica (cioè con il taglio tradizionale) di un cancro del colon rimane ricoverato 7-10 giorni, mentre per un paziente a cui il tumore del colon sia stato asportato per via laparoscopica la degenza e di 4-5 giorni.

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La cicatrice laparotomica dopo asportazione di un tumore del colon

La laparotomia lascia un’ampia cicatrice e può essere a sua volta causa di malattie, tipicamente della formazione di un laparocele, ovvero di un’ernia addominale che compare sulla cicatrice laparotomica. Spesso si tratta di ernie molto grandi, che possono essere riparate solo una volta trascorso un congruo periodo di tempo dopo l’asportazione del tumore, con interventi chirurgici non di rado molto impegnativi per il paziente – anche più complessi dell’asportazione del cancro del colon. In questi casi la qualità della vita del paziente peggiora significativamente: possono comparire dolori addominali, mal di schiena, difficoltà respiratorie, oltre che tutte le complicanze tipiche del laparocele, come l’incarceramento e il pericolosissimo strozzamento.

Il rischio di laparocele è invece pressoché nullo quando il paziente e operato per via laparoscopica.

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Tipico aspetto delle cicatrici dopo intervento in laparoscopia

La nostra equipe realizza per via laparoscopica gli interventi chirurgici per l’asportazione del tumore del colon (sia l’emicolectomia destra, nei casi di tumore del cieco, del colon ascendente, della flessura epatica e della prima porzione del colon trasverso; che l’emicolectomia sinistra, per il cancro del colon discendente, del colon sigmoideo, della flessura splenica e della seconda porzione del colon trasverso); in particolare, sono stato il primo, ed attualmente sono ancora l’unico, ad effettuare l’emicolectomia destra per via laparoscopica.

Per avere ulteriori informazioni potete raggiungermi compilando il form che segue, scrivendo una mail a info@cuccomarinomd.com o chiamando lo 0110438161.

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Per informazioni:

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Emorroidi e ragadi si curano in ambulatorio

emorroidi, ragade analeEmorroidi e ragadi anali? La cura molto spesso è ambulatoriale. Sono tempi difficili, lo sappiamo tutti. L’epidemia in corso ha obbligato tutti gli ospedali a sospendere le visite ambulatoriali e l’attività chirurgica, tranne quella in emergenza, per fare spazio ai pazienti contagiati. Tuttavia, la vita continua per tutti, e i problemi di salute che ci preoccupavano prima continuano a preoccuparci anche adesso.

Non tutto può essere curato in ambulatorio, tuttavia per diverse patologie proctologiche si può fare parecchio. Ad esempio, le emorroidi e le ragadi anali possono essere trattate ambulatorialmente: le emorroidi di secondo e terzo grado con le procedure di legatura elastica e sclerosi, e le ragadi anali con trattamenti topici a base di nitroglicerina e lidocaina ed, eventualmente, dopo aver confermato i valori pressori dell’apparato sfinteriale anale con una manometria, con infiltrazioni di tossina botulinica. Si tratta di metodiche indolore, semplici e poco costose, che nella maggioranza dei casi consentono di risolvere efficacemente questi fastidiosi problemi.

Emorroidi e ragadi anali non costituiscono problemi di salute gravi, ma sicuramente possono peggiorare la qualità di vita. Curarle ambulatorialmente è possibile, non è pericoloso e, nelle mani di un buon proctologo, è semplice ed economico. Per questo, restiamo a vostra disposizione presso il nostro studio di Chivasso, De Medica, in corso Galileo Ferraris 12 F, telefono 01119903768 ed a Torino, negli studi della Clinica Pinna Pintor, via Amerigo Vespucci 61, telefono 0115802100. Per contattarci, è a vostra disposizione anche la nostra pagina Facebook od il seguente modulo di contatto:

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[schema type=”person” name=”Dr. Salvatore Cuccomarino” jobtitle=”Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia Generale” worksfor=”” url=”https://proctologotorino.com” description=”Coloproctologia, Gastroenterologia chirurgica, Chirurgia della parete addominale, Chirurgia laparoscopica” street=”Corso Galileo Ferraris 12 F” city=”Chivasso” state=”TO” postalcode=”10034″ country=”IT” email=”info@cuccomarinomd.com” phone=”0110438161″ ]

emorroidi, ragade anale
Ho le emorroidi – Ma PERCHÉ le ho???

Due righe sulle cause delle emorroidi interne.

Ovviamente, tutte le cose (ivi compreso l’organismo umano) sono fatte per assolvere una determinata funzione od una serie di funzioni, e per questo motivo hanno dei “limiti” di funzionamento – limiti che sono determinati appunto da come sono costruite e dal lavoro che svolgono. Molte patologie rispettano questa semplice regola.
Il retto è una sorta di contenitore nel quale si accumulano le feci per subire le ultimissime trasformazioni prima di essere eliminate; l’ano costituisce la “porta verso l’esterno” in questo meccanismo di eliminazione, e quindi la sua attività è strettamente coordinata a quella del retto. Ma ciò non è sufficiente, perché bisogna tener conto del “terzo attore” che partecipa al gioco, ossia le feci.
 
cause delle emorroidi interneNel retto le feci vengono accumulate, ulteriormente disidratate e quindi espulse verso l’esterno, previa l’apertura degli sfinteri anali (che sono due, uno interno ed uno esterno). Abbiamo già detto che le emorroidi fanno parte di questo meccanismo, perchè da un lato contribuiscono al meccanismo sfinteriale, dall’altro accompagnano le feci verso l’esterno.
LE ALTERAZIONI DELLA COMPOSIZIONE E CONSISTENZA DELLE FECI SONO UNA DELLE PRINCIPALI CAUSE DELLE EMORROIDI INTERNE.
 
Ossia, la stitichezza e la diarrea (entrambe, ovviamente, per periodi di tempo prolungati) sono i principali colpevoli delle alterazioni che conducono alla patologia emorroidaria. Di conseguenza, una DIETA POVERA IN FIBRE, la SCARSA ASSUNZIONE DI LIQUIDI, la VITA SEDENTARIA (cose che tutte concorrono a provocare stitichezza) possono causare la comparsa della patologia emorroidaria. Ed in effetti ne sono la causa principale, di gran lunga più importante della diarrea, visto che quest’ultima è in genere episodica, mentre la stitichezza, molto più spesso, è cronica.
 
Un capitolo importantissimo è quello di comparsa della patologia emorroidaria per AUMENTO DELLA PRESSIONE ADDOMINALE. Un esempio classico è la GRAVIDANZA. L’aumentata pressione addominale provoca un aumento della pressione a livello rettale, e quindi anche a livello emorroidario, provocando tutte quelle alterazioni (rottura delle fibre dei cuscinetti emorroidari, allungamento e deformazione dei plessi venosi emorroidari, eccetera eccetera) di cui abbiamo già parlato. La gravidanza è tra le cause delle emorroidi interne in quanto provoca un importante aumento della pressione addominale, ed ancor di più lo provoca il PARTO. È frequentissimo vedere donne gravide o puerpere con prolassi emorroidari imponenti. Queste donne DEVONO ESSERE SEGUITE DA UN COLOPROCTOLOGO, e soprattutto IL SEMPLICE USO DI MEDICAZIONI LOCALI (POMATE, VASOPROTETTORI ECC.) È QUASI DEL TUTTO INUTILE SE NON MONITORATO E/O ASSOCIATO AD ALTRI PROVVEDIMENTI che solo il Coloproctologo è in grado di prescrivere.
Non è raro che, dopo il parto, i prolassi emorroidari APPARENTEMENTE scompaiano: ma in realtà la macchina si è messa in moto, ed alla fine, nelle donne, la gravidanza è la causa probabilmente più importante della patologia emorroidaria.
 
Vi è poi, tra le vcause delle emorroidi interne, una PREDISPOSIZIONE FAMILIARE allo sviluppo della patologia: come avviene per le varici delle gambe, chi ha uno od entrambi i genitori che hanno sofferto di emorroidi, ha un rischio più elevato di sviluppare la malattia. Ciò per complessi motivi di alterazioni biochimiche a carico dei tessuti che costituiscono le pareti dei vasi dei cuscinetti emorroidari, un argomento troppo specialistico per essere interessante: basti sapere che esiste… per cui, tornando a quanto detto all’inizio, se la macchina è costruita male, prima o poi smetterà di funzionare come si deve.

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Principali cause di dolore anale: ragade anale, trombosi emorroidaria e fistola, confronto clinico proctologico
Dottore, ho le emorroidi!!!

È vero! le abbiamo tutti!!!

Spesso si confonde la patologia con l’anatomia normale. Le emorroidi sono, appunto, strutture anatomiche normali, anche abbastanza complesse, che possediamo tutti e che svolgono un ruolo fondamentale nella fisiologia ano-rettale, in particolare nella fisiologia della defecazione.

Cosa sono le emorroidi?

emorroidi, prolasso mucoso, prolasso emorroidario, prolasso mucoemorroidario, cosa sono le emorroidiLa vulgata popolare, spesso alimentata anche da noi medici, è che esse siano VENE. NON È COSÌ. E allora, cosa sono le emorroidi? In realtà sono complessi funzionali costituiti da arterie, capillari, vene, fibre connettive e muscolari e mucosa. Convenzionalmente, noi diciamo che esistono tre plessi emorroidari principali (che io, seguendo la scuola spagnola, definisco anteriore destro, posteriore destro e laterale sinistro; altri, specie in Italia, le enumerano secondo un criterio “orario”: “a ore una – a ore cinque – a ore nove”; a me sembra un tantino farraginoso…) – anche se in realtà, situati tra i principali, esistono anche dei plessi ACCESSORI, più piccoli ma ugualmente importanti.

A cosa servono e come funzionano le emorroidi?

Una volta capito cosa sono le emorroidi, vediamo di spiegare a cosa servono. Ciascun plesso emorroidario è costituito da una serie di SHUNTS ARTERO-VENOSI, ovvero da vene ed arterie che si uniscono tra loro e che formano dei veri e propri CUSCINETTI VASCOLARI, le cui dimensioni possono variare a seconda della quantità di sangue che contengono – la quale è, a sua volta, determinata dall’afflusso arterioso e dal deflusso venoso nei “cuscinetti”. Questi cuscinetti sono ricoperti dalla mucosa dell’ultima parte del retto, e sono, diciamo così, “mantenuti in posizione” da un complesso di fibre connettivali e muscolari che ne garantiscono, oltretutto, l’elasticità – e quindi la possibilità di riempirsi e svuotarsi di sangue; insomma, in ultima analisi, il VOLUME.

Grazie alla loro PLASTICITÀ, i cuscinetti emorroidari riescono a svolgere perfettamente le loro funzioni: che sono quelle di ACCOMPAGNARE le feci verso la loro eliminazione, impedendo che il passaggio nell’ultimo tratto del canale ano-rettale sia doloroso, e di PERFEZIONARE LA CHIUSURA dell’imbocco del canale anale, partecipando così ai meccanismi sfinteriali dell’ano. Ahimè, quando la magnifica e complessa impalcatura fibrosa delle emorroidi si altera (e ne vedremo un’altra volta i motivi) cominciano i problemi… Le fibre connettive e muscolari che costituiscono il sostegno alle vene e alle arterie nei cuscinetti emorroidari possono andare incontro ad alterazioni, che alla fine ne provocano l’allungamento e/o la rottura. Le strutture venose che costituiscono le emorroidi cominciano allora a “scivolare” verso il basso, il che ne causa una vera e propria “deformazione” (soprattutto a carico delle vene, che hanno, al contrario delle arterie, una scarsissima elasticità): il risultato finale di questo processo “degenerativo” (che comunque in genere necessita di ANNI per svilupparsi) è il PROLASSO EMORROIDARIO.

Le conseguenze, sul piano clinico, sono ovvie: si rompe quel prezioso meccanismo di accompagnamento delle feci e chiusura dell’ano che era regolato dalle emorroidi; inoltre le vene allungate e deformate diventano più fragili, si dilatano e non riescono più a svuotarsi. Il SANGUINAMENTO (generalmente non doloroso) è la manifestazione più frequente della patologia emorroidaria; il sangue è “rosso vivo”, proprio per la sua provenienza arteriosa, e può essere notato sulla carta igienica o, meno frequentemente, nel water. L’alterazione del meccanismo sfinteriale può provocare filtrazione di materia fecale, soprattutto liquida, il che provoca IRRITAZIONE e PRURITO ANALE; infine, nei casi più importanti, può aversi SOILING (ovvero incontinenza fecale minore) od anche STIPSI (la cosiddetta “sindrome da ostruita defecazione”… una cosa complicatissima); per non parlare del PROLASSO vero e proprio, ovvero della fuoriuscita dall’ano di un “cilindro mucoso”, costituito dalla mucosa rettale, che a volte non rientra più, che può ulcerarsi e sanguinare, e che per i pazienti (che spesso sono anziani, e quindi alle prese con mille altre patologie) rappresenta un problema enorme.

Bene, adesso abbiamo capito cosa sono le emorroidi, a cosa servono e come funzionano. In un prossimo articolo, vedremo perchè esse, da strutture normali che sono, si trasformino in entità patologiche. Stay tuned!

Dolore dopo intervento per ernia inguinale

Sembra incredibile, ma anche nell’era della comunicazione istantanea, dove la conoscenza scientifica puó essere trasmessa e condivisa in tempo reale, molti Chirurghi affermano che il problema del dolore dopo un intervento per ernia inguinale non esiste, e che non ricordano di aver avuto, nè di avere curato, nessun paziente con questo tipo di problema.

Tuttavia, la Letteratura ci rivela che nei Centri dove non esiste un’équipe dedicata alla chirurgia della parete addominale il dolore e il bruciore dopo un intervento per ernia inguinale esistono eccome, interessando, in casi estremi, anche il 60% dei pazienti operati.

Più realisticamente. Il dolore inguinale cronico dopo un intervento di ernioplastica inguinale può presentarsi in circa il 20% dei pazienti, superando in prevalenza le recidive erniarie, che invece si verificano nel 3,3-10% dei casi1.

Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?

Il dolore dopo intervento per ernia inguinale, o dolore inguinale cronico, è quel dolore che consegue ad un intervento chirurgico per ernia inguinale; è dovuto ad una lesione nervosa e dev’essere presente almeno 3 mesi dopo l’intervento e persistente per almeno 6 mesi. Può essere causato, tra le altre cose, da reazioni infiammatorie del periostio del pube (il periostio é una sottile e robusta membrana che riveste le ossa; il dolore in questo caso puó essere per esempio scatenato dal cosiddetto “punto sul pube” che tanto piace ai chirurghi non specialmente dedicati alla chirurgia erniaria, e che ormai da anni è assolutamente proscritto dai chirurghi di parete), da lesioni nervose occorse durante l’intervento, dall’intrappolamento di rami nervosi della regione inguinale in punti di fissaggio della rete (per questo noi prediligiamo la tecnica di Trabucco, che non necessita di punti sulla rete), da “perforazioni” di rami nervosi dovute all’uso di tacks (le tacks sono delle clips, in genere riassorbibili, che possono essere usate in laparoscopia per fissare le reti; anche se i chirurghi di parete ben sanno che, per esempio, nella plastica dell’ernia inguinale in laparoscopia non è necessario fissare la rete…) o dall’inclusione di rami nervosi nei “meshomi” (“mesh” = rete), lesioni granulomatose provocate dalla reazione infiammatoria dei tessuti del paziente verso la rete impiantata (normalmente in caso di reti pesanti o non bene distese; ecco perchè i chirurghi di parete, ben consci di questo problema, cercano ogni volta che possono di usare reti leggere).

Il dolore dopo intervento per ernia inguinale può associarsi a parestesie (ossia ad una sensibilità cutanea “diversa” da quella normale), ipoestesie (ovvero riduzioni della sensibilità cutanea) ed iperestesie (cioè ad un cospicuo aumento della sensibilità cutanea), e irradiarsi verso lo scroto, le grandi labbra e il triangolo di Scarpa (la radice della coscia). I sintomi possono essere scatenati, o aggravati, da determinate posizioni, come l’iperestensione della coscia, o attività, come il camminare; e a volte possono diminuire con la flessione della coscia o da sdraiati.

In seguito ad un intervento per ernia inguinale, il dolore dopo mesi dalla chirurgia è quindi definibile come dolore inguinale cronico; e il dolore inguinale cronico può  provocare delle modificazioni nel sistema nervoso centrale che contribuiscono alla sua persistenza ed al suo aggravamento. La conseguenza è la comparsa di due condizioni che sono tipiche del dolore inguinale cronico: l’iperalgesia (risposta esagerata a stimoli dolorosi) e l’alodinia (dolore scatenato da stimoli che normalmente non provocherebbero alcuna risposta dolorosa). Per questo, è importante trattare il dolore postoperatorio dell’ernia inguinale prima che si cronicizzi, dal momento che la sua cronicizzazione implica delle modifiche plastiche nei centri cerebrali del dolore: un trattamento precoce, invece, può evitare che tali modifiche si realizzino.

Dolore dopo intervento per ernia inguinale: come si cura?

Il trattamento iniziale del dolore dopo intervento per ernia inguinale è medico; solo in un secondo tempo si ricorre alla chirurgia. La prima tappa, fondamentale, del trattamento del dolore e del bruciore dopo intervento per ernia inguinale è quella di disegnare una mappa cutanea del dolore stesso, come nella figura accanto. A paziente sdraiato, si Ernia inguinale dolore dopo mesiprovocano degli stimoli tattili nella regione inguinale interessata dal dolore: a seconda del tipo di sensazione riferita dal paziente (dolore, ipoestesia, normoestesia, iperestesia…) si traccia un cerchietto o una crocetta di diverso colore nei vari punti stimolati. Alla fine si otterrá una mappa come quella qui accanto, che consentirá al chirurgo di sapere qual é il nervo lesionato che provoca il dolore. Il chirurgo prescriverá quindi dei medicamenti topici o da assumere per via orale, secondo uno schema ben preciso e validato: se, al termine del periodo di trattamento, non si riscontreranno soddisfacenti miglioramenti, il Chirurgo proporrá l’intervento chirurgico.

L’intervento per il trattammento del dolore inguinale cronico consiste nella tripla neurectomia, ossia nell’asportazione dei rami nervosi che provocano la comparsa del dolore stesso. Questo intervento puó essere effettuato per via tradizionale, rioperando la regione inguinale (col rischio, peró, dati i processi infiammatori e cicatriziali conseguenti all’intervento di riparazione dell’ernia, che i rami nervosi siano molto difficili da identificare), che per via laparoscopica, con una tecnica estremamente raffinata. Il nostro gruppo predilige questa seconda via, anche se a volte puó essere necessario ricorrere ad una tecnica mista, sia aperta che laparoscopica, per portare a termine in maniera soddisfacente l’intervento.

In conclusione, quando un Chirurgo tratta una persona con dolore inguinale cronico deve, prima di tutto, tornare ad essere Medico; e non un Medico qualsiasi, ma il miglior Medico possibile per il suo “paziente. Alla fine, solo alla fine, deve vestire di nuovo i panni del Chirurgo; e non di uno qualsiasi, ma del miglior Chirurgo Specialista possibile.

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1. K.-J. Lundström H. Holmberg A. Montgomery P. Nordin. Patient-reported rates of chronic pain and recurrence after groin hernia repair. Br J Surg. 2018;105(1):106-112

 

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[schema type=”person” name=”Dr. Salvatore uccomarino” jobtitle=”Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia Generale” worksfor=”” url=”https://www.facebook.com/CuccomarinoMD” description=”Chirurgia laparoscopica dell’ernia inguinale REPA, la chirurgia endoscopica mininvasiva per la diastasi dei retti” street=”via Amerigo Vespucci 51″ city=”Torino” country=”IT” email=”info@cuccomarinomd.com” phone=”0110438161″ ]

La tossina botulinica A nella chirurgia dei laparoceli

Tutti i Chirurghi che si occupano di parete addominale hanno un obbiettivo primario da raggiungere nei loro interventi: quello di ottenere la cosiddetta riparazione “tension-free”, ossia una riparazione in cui i mezzi utilizzati per riparare il difetto della parete – le suture, le protesi…- non siano sotto tensione.
Non esiste un chiaro accordo nella comunità chirurgica internazionale su cosa sia la “tensione”. Tuttavia, sembra che almeno due fattori giochino un ruolo importante nella determinazione della tensione: l’aumento della pressione all’interno dell’addome e le cosiddette “forze distrattive” della parete addominale, cioè quelle che tendono a aumentare il diametro del difetto di parete, sia esso un’ernia, un laparocele od una diastasi dei retti. Per bilanciare l’effetto di queste forze “tensiogene”, il Chirurgo ha a disposizione diverse armi che utilizza in base alla sua esperienza ed alle sue capacità: da quelle più classiche, come le tecniche di separazione deiragade, ragade anale, dolore anale, tossina botulinica a, laparocele, diastasi dei retti, chirurgia della parete addominale, parete addominale componenti o l’uso di protesi di grandi dimensioni, ad altre più moderne, come l’uso preoperatorio di tecniche adiuvanti come la tossina botulinica A ed il pneumoperitoneo progressivo preoperatorio. Dalla parte del Chirurgo vi sono poi dei fattori “biologici”, come la capacità dell’organismo di “integrare” (ovvero di far diventare parte di se stesso) le protesi usate: quest’ultima capacità, tuttavia, dipende anche dal materiale di cui è composta la protesi, e dalla posizione in cui essa viene collocata. Oggi sappiamo, ad esempio, che bisognerebbe il più possibile evitare di posizionare una rete all’interno del peritoneo, a contatto con i visceri addominali, per i danni che essa può provocare a questi ultimi; e che comunque, anche posizionando una protesi intraperitoneale, il difetto di parete andrebbe sempre prima suturato. Quest’ultima indicazione – la cosiddetta tecnica IPOM PLUS – purtroppo è seguita oggi da pochissimi chirurghi in Italia, in quanto la chirurgia della parete addominale non è ancora considerata una specialità autonoma e sono rarissimi i Professionisti che hanno una specifica formazione in tal senso.

Vi sono poi dei fattori “lato paziente” che influiscono in maniera sensibile sulla tensione della riparazione: il più importante è l’obesità – e difatti nessun Chirurgo di parete opererebbe (a meno che non si tratti di situazioni di emergenza) un paziente obeso senza prima avergli fatto perdere peso, ricorrendo anche, se necessario, alla chirurgia bariatrica.
Estremamente importanti ed interessanti dal punto di vista della tecnica chirurgica sono le forze “distrattive”. Quando si forma un difetto della parete addominale, soprattutto se si tratta di un’ernia postchirurgica (conosciuta anche come ernia incisionale o laparocele) o di una diastasi dei retti, i tre muscoli laterali dell’addome (obliquo esterno, obliquo interno e trasverso) perdono una delle loro inserzioni, quella mediale, sulla fascia dei muscoli retti dell’addome; col tempo i muscoli vanno incontro a fibrosi, si accorciano, si ispessiscono e perdono, almeno in parte, le loro capacità elastiche. Quando si arriva all’intervento chirurgico, tali profondi cambiamenti strutturali dei muscoli sono una delle principali cause di tensione della riparazione, soprattutto se il difetto è grande. Ciò spiega perchè se si riparano i difetti della parete addominale, e soprattutto un’ernia incisionale o laparocele, od anche una grande diastasi dei retti, con una semplice sutura e senza utilizzare le protesi, le recidive, a 10 anni dalla chirurgia, arrivano fino al 50% dei casi.
Il laparocele è sempre conseguente ad una laparotomia, ossia ad un intervento chirurgico che preveda l’incisione della parete addominale (ad esempio, dopo un intervento di asportazione della colecisti, dell’appendice, di un tumore intestinale per via aperta, dell’asportazione dell’utero eccetera) ed è frequente nei pazienti sottoposti ad intervento per tumore. Noi sappiamo che se, al momento della chiusura della laparotomia, utilizziamo una rete “profilattica” (ossia una rete impiantata con lo scopo di ridurre la probabilità che si formi un laparocele), l’incidenza del laparocele stesso, a 10 anni, precipita al 5-10%. La rete “profilattica è normalmente molto più piccola rispetto a quelle che si usano nella riparazione dei laparoceli: questo perchè al momento della chiusura di una laparotomia i muscoli sono molto più elastici di quelli di di un paziente con laparocele, e possono essere facilmente avvicinati tra loro.
Da questa osservazione, semplice ma importante, è nata un’idea altrettanto semplice: se si riuscisse a restituire ai muscoli dei pazienti con un grande difetto della parete addominale – un laparocele, ad esempio, come si è detto; ma anche una grande diastasi dei retti con diametro superiore ad 8 cm – la lunghezza e l’elasticità originarie, la tensione delle suture al momento della riparazione del laparocele si ridurrebbe moltissimo, e di conseguenza si ridurrebbe il rischio di recidiva.
Questa idea è stata applicata per la prima volta alla chirurgia dei laparoceli da un geniale chirurgo messicano, il Dr. Tomás Ibarra Hurtado, nel 2007. Il Dr. Ibarra Hurtado ha pensato che la

tossina botulinica A, laparocele, diastasi dei retti, parete addominale
Il dr. Tomás Ibarra Hurtado

Il Dr. Ibarra Hurtado ci insegna la sua tecnica con tossina botulinica A

tossina botulinica A, farmaco molto usato tanto in neurologia (ad esempio per il trattamento degli spasmi muscolari del viso), che in chirurgia plastica (per il trattamento delle rughe del volto), che in proctologia (per il trattamento delle ragadi anali), iniettata nei muscoli della parete addominale prima di un intervento per laparocele, poteva provocare un rilassamento di quei muscoli: a questo punto, la pressione esercitata su tali muscoli dai visceri contenuti all’interno dell’addome avrebbe provocato un loro allungamento. Questa ipotesi è stata confermata mediante studi TAC effettuati a 2-4 settimane di somministrazione della tossina: nei pazienti sottoposti a tale trattamento, tutti portatori di grandi laparoceli, i muscoli laterali dell’addome risultavano effettivamente allungati ed assottigliati in maniera significativa. Ciò permette di avvicinare molto più facilmente tra loro i muscoli  e quindi di riparare il difetto senza tensione.
La tecnica del Dr. Ibarra Hurtado è oggi ampiamente diffusa in tutto il mondo, ed utilizzata dai più importanti chirurghi specializzati nella riparazione della parete addominale. In Italia, tuttavia, il nostro gruppo – io ho appreso la tecnica direttamente dal dr. Ibarra, nell’ambito di uno splendido seminario da lui tenuto nel 2018 a Madrid durante il congresso della Sociedad Hispano-Americana de Hernia – è l’unico ad utilizzare la tossina botulinica A nelle ricostruzioni dei grandi difetti di parete.
L’effetto della tossina botulinica A persiste per circa 3 mesi; in questo arco di tempo, i processi riparativi dei tessuti e l’integrazione della protesi progrediscono a tal punto che, cessato l’effetto della tossina, la solidità della riparazione non è più a rischio.
L’uso della tossina botulinica A nella chirurgia dei grandi difetti di parete ha confermato che il principale fattore di rischio per le recidive dei laparoceli e degli altri grandi difetti della parete addominale (come ad esempio le grandi diastasi dei retti, con diametro superiore a 8 cm) è proprio la tensione delle suture. Il suo utilizzo, insieme con altre strategie preoperatorie di preparazione ed ottimizzazione dell’intervento (ad esempio la perdita di peso, la cessazione del fumo, il controllo del diabete eccetera) consente di ridurre in maniera significativa le recidive ed il dolore postoperatorio e di utilizzare reti di dimensioni più ridotte.
Nel nostro Paese, il Sistema Sanitario Nazionale non riconosce l’utilizzo della tossina botulinica A per la chirurgia della parete addominale; pertanto, come già detto, il suo uso è praticamente sconosciuto.

 

[schema type=”person” name=”Dr. Salvatore Cuccomarino” orgname=”Cuccomarino, MD” url=”https://proctologotorino.com” description=”Il Dr, Cuccomarino coordina un’équipe medica multidisciplinare dedicata al trattamento dei difetti della parete addominale. E’ stato il primo in Europa ad effettuare la REPA, la chirurgia endoscopica mininvasiva della diastasi dei retti.” street=”via Amerigo Vespucci 61″ city=”Torino” country=”IT” email=”info@cuccomarinomd.com” phone=”+39 011 0438161″ ]

 

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dolore anale, ragade, ragade anale, tossina botulinica
Dolore anale? Probabilmente e’ una ragade

dolore anale, ragade anale, ragade, tossina botulinicaIl dolore anale e’ una delle cause piu’ frequenti che spingono i pazienti a sottoporsi a visita proctologica; e la ragade anale e’ la causa piu’ frequente di dolore anale.

La ragade anale è una piccola lacerazione della pelle che riveste il canale anale. Si tratta di una condizione abbastanza comune, però spesso confusa con altre patologie che possono causare dolore anale e sanguinamento, prime fra tutte le emorroidi (anche se queste ultime, almeno negli stadi iniziali, difficilmente provocano dolore).

I sintomi tipici della ragade anale comprendono il dolore anale durante e/o dopo la defecazione ed il sanguinamento. Tipicamente, il dolore è molto intenso, resistente alle comuni terapie analgesiche, inizia con la defecazione e perdura per ore. Non è raro che i pazienti tentino di evitare di andare di corpo a causa della gravità del dolore, in questa maniera alimentando un circolo vizioso che causa un peggioramento della sintomatologia (dolore intenso -> il paziente si trattiene dall’andare di corpo -> la stitichezza si aggrava, le feci si disidratano e si formano dei fecalomi -> alla successiva defecazione il dolore aumenta di intensita’).

Nella maggioranza dei casi la ragade è caratterizzata da un aumento della pressione dello sfintere anale interno. Anche in questo caso si realizza un circolo vizioso: il dolore anale provoca una ulteriore contrazione dello sfintere, che a sua volta causa una diminuzione dell’afflusso di sangue nell’area della ragade, il che impedisce a questa di cicatrizzare.

La ragade anale ha normalmente un’origine traumatica, essendo provocata da qualsiasi cosa possadolore anale, ragade, ragade anale, tossina botulinica lacerare od irritare la cute che riveste il canale anale. La causa più tipica è la stitichezza. Possono essere acute, croniche e recidivanti; queste ultime a volte sono associate con un piccolo nodulo esterno chiamato polipo sentinella.

La diagnosi viene posta sulla base della storia clinica e dell’ispezione; normalmente la ragade si localizza sulla linea media posteriore del canale anale, meno frequentemente sull’anteriore e raramente altrove. Ausilio diagnostico strumentale fondamentale è la manometria anale, che consente di distinguere i casi con ipertono sfinteriale da quelli, molto meno frequenti, in cui la pressione dello sfintere anale è normale. 

Il trattamento della ragade anale

Nella maggioranza dei casi, semplicemente trattando la stipsi si può ottenere la cicatrizzazione della ragade. La terapia delle ragadi acute in quasi il 90% dei casi è data da provvedimenti igienici generali e da medicazioni locali: una dieta ricca in frutta e verdura, l’assunzione di supplementi farmacologici ad alto contenuto in fibre, di speciali lubrificanti delle feci come l’olio di vaselina e di liquidi, insieme con un’adeguata attività física, aiutano a curare la stitichezza, promuovono la motilità intestinale e favoriscono la cicatrizzazione della ragade. Bagni in acqua tiepida, della durata di 10-20 minuti e ripetuti varie volte al giorno dopo le defecazioni e prima di coricarsi la sera, favoriscono il rilassamento della muscolatura anale e contribuiscono alla cicatrizzazione della ferita. Un’adeguata terapia locale, a base di nitroglicerina ed anestetici locali, provoca la detensione dello sfintere anale e lenisce il dolore anale; ciò migliora la vascolarizzazione della ragade e ne promuove la cicatrizzazione. Buoni risultati danno anche i dilatatori anali, tuttavia non sempre tollerati dai pazienti.

La tossina botulinica nel trattamento della ragade anale

ragade, ragade anale, dolore anale, tossina botulinicaNegli ultimi anni, l’uso della tossina botulinica iniettato a livello dell’area sfinteriale ha condotto ad ottimi risultati.

La tossina botulinica è una neurotossina di natura proteica prodotta da un batterio, il Clostridium botulinum. Esistono sette tipi di tossina botulinica, contrassegnati con lettere dalla A alla G. La tossina botulinica di tipo A è da decenni usata in cinica per il trattamento degli spasmi e delle distonie, tra cui la distonia cervicale o torcicollo spastico, il blefarospasmo, l’iperidrosi ascellare primitiva severa, lo strabismo. In medicina estetica, la tossina botulinica è ampiamente usata per il trattamento delle rughe del volto e del collo.

L’uso della tossina botulinica nel trattamento della ragade anale è stato riportato per la prima volta nel 1993 da W. Jost e coll. Da allora, gli studi sull’efficacia, tanto dal punto di vista del costo globale, che del risultato, che delle complicanze post-trattamento rispetto alla terapia medica locale con sostanze come la nitroglicerina di cui ho parlato prima ed alla chirurgia si sono moltiplicati, ed hanno condotto alcuni Autori ad affermare che l’introduzione della tossina botulinica nel trattamento della ragade anale è paragonabile all’introduzione della laparoscopia in chirurgia. I dati principali possono essere così riassunti:

  • l’efficacia del trattamento è dose-dipendente e sede-dipendente (ad un lato, od ad entrambi i lati, della ragade, od in linea media anteriore, tenendo conto che la maggioranza delle ragadi si manifesta in linea media posteriore), anche se, a tutt’oggi, non esiste un consenso unanime sulla sede e sulla dose dell’iniezione;
  • la sfinterotomia resta il gold standard per il trattamento della ragade a lungo termine (75,4% di cicatrizzazione della ragade con la tossina botulinica a 12 mesi contro il 94% della sfinterotomia); tuttavia, la sfinterotomia è gravata da una percentuale di complicanze gravi significativamente molto superiore rispetto al trattamento con tossina botulinica; in un recente studio, l’utilizzo della tossina botulinica nel trattamento della ragade anale ha mostrato un’efficacia superiore in termini di sicurezza rispetto alla sfinterotomia anale interna;
  • il trattamento con tossina botulinica è ben tollerato, si esegue ambulatorialmente, è molto efficace ed ha un’incidenza di complicanze molto contenuta; è probabilmente più indicato nei pazienti anziani, con maggior rischio di sviluppare una incontinenza anale se sottoposti a sfinterotomia, mentre l’intervento chirurgico resta l’opzione migliore nei giovani adulti con buon tono sfinteriale.

Nonostante ciò, e nonostante la mole di dati che nel tempo hanno dimostrato l’efficacia e la sicurezza della tossina botulinica nel trattamento della ragade anale, tale indicazione è a tutt’oggi off-label, ed il trattamento non è disponibile negli ospedali del Servizio Sanitario Nazionale.
Il trattamento chirurgico della ragade anale, molto efficace e gravato da una bassa percentuale di recidive, consiste nella sfinterotomia laterale interna, ovvero nell’incisione di una piccola parte del muscolo sfintere interno dell’ano. È un’intervento generalmente molto gradito dal paziente, che vede scomparire il suo dolore anale dall’oggi al domani. La maggioranza dei pazienti arriva a sostenere che gli stessi, normali dolori postoperatori sono assolutamente trascurabili rispetto alla sofferenza inflitta fino a quel momento dalla ragade. Alla chirurgia possono conseguire, in una minima percentuale di casi, una modesta incontinenza ai gas e, molto più raramente, alle feci, che normalmente scompaiono via via che la ferita chirurgica guarisce. E’ abbastanza eccezionale che, se l’intervento è eseguito correttamente, una eventuale incontinenza alle feci non regredisca nel postoperatorio e si cronicizzi.

La ragade anale recidiva

Purtroppo, le ragadi recidivano frequentemente, ed in genere è sempre la stitichezza la causa principale. Per questo, una volta che la ragade è cicatrizzata ed il dolore è scomparso, lo sforzo dev’essere teso a mantenere soffici e ben lubrificate le feci, assumendo con l’alimentazione un’adeguata quantità di frutta, verdura e liquidi e, se necessario, continuando ad utilizzare supplementi alimentari di fibra e l’olio di vaselina.

E se la terapia farmacologica non funziona?

In questi casi, una rivalutazione coloproctologica è obbligatoria. Le cause di dolore anale sono numerose, per cui è fondamentale il processo diagnostico differenziale. Tra di esse, oltre la ragade anale, vale la pena ricordare:

  • fistola anorettale
  • coccigodinia (dolore del coccige senza cause apparenti)
  • emorroidi esterne trombizzate
  • sindrome dell’elevatore dell’ano
  • ascesso perianale
  • ematoma perianale
  • sindrome dell’ulcera rettale solitaria
  • colite ulcerosa
  • neoplasie anali
  • sesso anale

Una volta assicurata l’assenza di tali condizioni e confermata la presenza della ragade ed, alla manometria, di un aumento della pressione dello sfintere anale, i pazienti con ragadi che non vanno incontro a guarigione possono essere presi in considerazione per l’indicazione al trattamento chirurgico.

tempi d'attesa nel SSN
Tempi d’attesa nel SSN: perche’ aspettare?

tempi d'attesa nel SSNI tempi d’attesa nel SSN, negli ultimi anni, purtroppo, si sono dilatati enormemente. I continui tagli alla spesa, l’interesse focalizzato solo su alcune patologie – senza dubbio importanti, ma non le uniche e forse nealche le piu’ frequenti – il mancato rinnovamento, per motivi economici, delle strumentazioni e dei presidi di sala operatoria, e le scarse possibilità di aggiornamento da parte dei medici, spesso schiacciati da turni pesantissimi a causa del blocco del turnover – ancora una volta per motivi economici – del personale sanitario negli ospedali pubblici, fanno si’ che molti pazienti debbano aspettare molti mesi se non anni per essere sottoposti ad intervento chirurgico – ad esempio per patologie senza dubbio benigne, ma che spesso interferiscono gravemente con la vita quotidiana di chi ne soffre.
Parlo soprattutto delle patologie proctologiche, come emorroidi, ragadi anali, fistole anali, e delle patologie della parete addominaleernie inguinali, ombelicali, epigastriche, diastasi dei muscoli retti dell’addome. Condizioni che spesso affliggono pazienti giovani, in piena attività lavorativa, interferendo col loro benessere, con i loro impegni quotidiani, con la loro serenità.
Oggi molte persone, per ovviare all’intollerabile aumento dei tempi d’attesa nel SSN del nostro Paese, ricorrono alla sanità integrativa, stipulando un’assicurazione che consente loro di affrontare senza preoccupazioni e nei giusti tempi i propri problemi di salute. Per chi non dovesse ancora avere accesso a queste forme di assicurazione, che in realtà sono il futuro per la tutela della salute nel nostro Paese, il nostro gruppo ha concordato, con primarie Cliniche di Torino, dei pacchetti di prestazioni chirurgiche, che permettono di affrontare l’intervento per emorroidi, ragade anale, fistola perianale, ernia inguinale ed ombelicale ad un costo contenuto e rateizzando, se lo si desidera, la spesa.
tempi d'attesa nel SSN, hemorpex system, HPS, emorroidi, dearterializzazione, dearterializzazione delle emorroidi, THDIl tutto usando le tecniche piu’ moderne e minimamente invasive: ad esempio, per il trattamento delle emorroidi fino al III grado, la tecnica HPS (HemorPex System), che consente di contenere moltissimo il dolore postoperatorio e di dimettere il paziente lo stesso giorno dell’intervento, con un rapido ritorno alla sua vita ed alle sue normali attività
Per avere ulteriori informazioni o chiedere un preventivo, scrivici una mail all’indirizzo info@cuccomarinomd.com o contattaci attraverso i nostri social od il modulo di contatto che troverai qui sotto.

 

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[schema type=”organization” orgtype=”LocalBusiness” url=”https://proctologotorino.com” name=”Cuccomarino, MD” description=”Il team chirurgico del Dr. Salvatore Cuccomarino, per il futuro della Chirurgia. A Torino.” city=”Torino” state=”TO” country=”IT” email=”info@cuccomarinomd.com” phone=”0110438161″ ]

convenzioni con assicurazioni sanitarie
Convenzioni con assicurazioni sanitarie

Si arricchisce il portafoglio delle convenzioni con assicurazioni sanitarie del nostro Team. convenzioni con assicurazioni sanitarieGrazie ai recenti accordi con la prestigiosa Casa di Cura Fornaca di Sessant di Torino, che si affiancano a quelli già da tempo attivi con la Casa di Cura Pinna Pintor (gruppo Policlinico di Monza) siamo adesso in grado di offrire ai nostri pazienti un amplissimo ventaglio di convenzioni con assicurazioni sanitarie, a cui si affianca la possibilita’, presso la Casa di Cura Fornaca di Sessant, di rateizzare i costi degli interventi chirurgici secondo formule comode per il paziente.

Ecco l’elenco delle convenzioni con assicurazioni sanitarie (sono indicate con * quelle esclusive della Casa di Cura Pinna Pintor):

  • AGA*
  • Allianz Worldwide Partners
  • AON Hewitt
  • Assirete
  • Assist Card
  • Banca d’Alba
  • Blue Assistance
  • C.A.M.P.A.
  • Casagit Servizi
  • Casagit
  • Caspie
  • Celta Assistance
  • Cigna
  • Europ Assistance
  • FAB
  • FAIT
  • FASCHIM
  • FASDAC
  • FASI / FASI Open
  • Ferrero
  • Filo Diretto*
  • Fondo Salute
  • Generali
  • Gruppo Bancario Credito Valtellinese
  • ITC
  • Insieme Salute
  • Inter Partner Assistance (IPA)
  • MAPFRE
  • Med 24 / Med 24 Assistocard
  • Medic4all*
  • My Assistance
  • My Rete
  • Nobis Compagnia Assicurazioni
  • Previmedical
  • Pro.Ge.Sal for All
  • Sara Assicurazioni*
  • Segreteria Provinciale dell’ Organizzazione Sindacale UGL – PS Torino
  • Unisalute
  • WIT Divisione Salute

 

[schema type=”person” name=”Dr. Salvatore Cuccomarino” orgname=”Cuccomarino, MD” jobtitle=”Medico Chirurgo Specialista in Chirurgia Generale” worksfor=”” url=”coloproctologiatorino.cuccomarinomd.com” street=”corso Galileo Ferrararis 3″ city=”Chivasso” state=”TO” postalcode=”10034″ country=”IT” email=”info@cuccomarinomd.com” phone=”0110438161″ ]

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